Home > Le interviste > Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani - giuseppe lastaria

Il viaggiatore notturno

 


 

"Ascoltate...": così inizia Il viaggiatore notturno, il romanzo che è valso al suo autore, Maurizio Maggiani, l'edizione 2005 del Premio "Strega". E mai incipit è stato più veritiero, più aderente alla personalità dell'autore. Il protagonista, uno studioso di migrazioni animali, si reca nel deserto dell'Hoggar, in Algeria, per aspettare che, assieme alla pioggia, tornino le rondini. In quel paesaggio lunare, dominato paradossalmente dal sole, dove tutt'intorno è sabbia e dove il tempo sembra non trascorrere mai, egli, per ingannare la staticità di un'attesa incerta, ascolta i racconti della sua guida, Jibril, e di un vecchio poeta mercenario, dimah Tighritz. Storie di migrazioni, di uomini e animali in fuga dalla guerra, da loro stessi, da una natura ostile. L'irundologo ascolta e si fa ascoltare, narrando, a sua volta, le proprie storie: il camionista armeno Zingirian, narratore anch'esso, suo padre Dinetto, che costruiva gabbie per uccelli, meravigliose e vuote, il viaggio in Bosnia, la guerra. Il massacro di Tuzla del 1995. Lo sgomento di fronte alla violenza e all'odio, inutili e inspiegabili. La bellezza di una donna, la Perfetta, e la bellezza di un'orsa, Amapola, entrambe migranti, entrambe in cammino. Le storie si accavallano, intense, leggere nella loro cruda drammaticità, notturne, appunto, nella consapevolezza che raccontare, e raccontarsi, può salvare la vita. Non importa che siano vere, ciò che vale è che si tratti di vicende universali: documento storico e invenzione narrativa convivono, forse nel modo più evidente, nel personaggio di père Foucault, militare francese e monaco itinerante realmente esistito, di cui Maggiani trasfigura volontariamente l'immagine seguendo il proprio ideale. "Fin qui tutto bene, ma mi sono permesso una libertà inaudita. Tutto ciò che nella mia storia è riportato dalle sue parole e dai suoi scritti è unicamente frutto della mia fantasia, tutto inventato di sana pianta. Perché l'ho fatto? Ancora non lo so con certezza. Amo e stimo quell'uomo, apprezzo molte delle cose che ha scritto, ma nella mia storia ho voluto che fosse ancora più 'mio'."
Questo è Il viaggiatore notturno.Crudele e lieve come la vita, come la morte. Universale e intenso come la bellezza.
 
 
«Lei dice di scrivere per viaggiare, per muoversi e andare, oltre che per rendere giustizia, per dare voce a persone che non la hanno e che resterebbero mute, perse. Quindi la scrittura è per lei un viaggio?».
 
«La scrittura è il mio viaggio, da un bel pezzo. Io ho cominciato a scrivere molto tardi, intorno ai trentasei, trentasette anni. Fino ad allora avevo fatto ben altre cose... La cosa principale che avevo fatto fino ad allora è stato di mettermi sulla strada tutte le mattine e non fermarmi mai fino a notte, dovunque fossi arrivato, se mai fossi arrivato da qualche parte. Poi, nel 1985, ho avuto un grave incidente in motocicletta e sono rimasto invalido. Non avevo più una gamba, anzi, ogni mattina mi domandavo se quella gamba sarebbe durata fino a sera oppure no, se sarebbe stata tagliata prima. Per lungo tempo la mia ambizione è stata quella di poter arrivare, prima o poi, al bagno di casa mia sulle mie gambe. Dopo due anni e mezzo ce l’ho fatta: questo è stato il più grande viaggio della mia vita. Il viaggio più lungo e più difficile, il più complicato e... un passo dopo l’altro, un mese dopo l’altro, alla fine sono arrivato a fare quello che ho fatto, ad andare in bagno sulle mie gambe. Mentre facevo questo mi rimaneva abbastanza tempo per inventarmi qualcosa, e quello che sono riuscito a inventarmi era un modo di viaggiare che non avevo mai provato, quello con le parole scritte. D'altronde il gesto materiale dello scrivere, di mettere nero su bianco, rappresenta un grande bilancio che dal cuore, dalla mente, arriva alle mani, per raggiungere poi una tastiera, uno schermo, un misterioso disco. E da lì può tornare, rimettersi per strada, per esempio su una pagina stampata».
 
«Questo viaggio di diciassette passi le ha insegnato una cosa importante, il senso delle proporzioni».
 
«Io ho vissuto una lunga giovinezza, tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta, una giovinezza vissuta un palmo sopra la vita in una condizione di libertà che oggi è impensabile. Non credo che un ventenne di oggi possa solo immaginare quanta disponibilità e possibilità al viaggio c'è stata nella mia giovinezza: e non parlo solo di un viaggio in senso fisico, mi riferisco anche, e soprattutto, a un viaggio intellettuale, un viaggio politico. Io sono un privilegiato, ho vissuto un'epoca di privilegio, nonostante fosse anche un’epoca di guerra, di colpi di stato... Sappiamo tutti cosa sono stati gli anni Settanta. Certamente la mia giovinezza mi ha insegnato il senso delle proporzioni: ero, e mi sentivo, immortale, infrangibile, indistruttibile, in qualche modo mi sentivo Dio, e questo è stato un grave errore, un errore che hanno commesso milioni, miliardi di persone nella storia dell'umanità. Tutto è cominciato con una FIAT 127 proveniente in senso contrario rispetto al conducente di una Suzuki 550 Katana: da lì è cominciata la storia, la mia storia umana, quella di un uomo che poteva non camminare più, che poteva morire, che si poteva rompere, e che quindi doveva riconsiderare la propria vita in base ai propri mezzi, e i propri mezzi non gli consentivano nemmeno di andare in bagno da solo. Le proporzioni, appunto».
 
«Il viaggiatore notturno è un’opera corale, un romanzo fatto di racconti, che trae la sua unità dalla varietà, dalla multiformità dell’esistenza. Narrare l'oralità, dare espressione scritta a ciò che viene tramandato a voce fa parte della tradizione letteraria italiana sin dalle sue più remote origini. Pensa che sia ancora possibile, in una società come quella attuale, in cui tutto è velocità e simbolo, conferire valore e importanza alla parola? E, in quest'ottica qual è la differenza, se a suo avviso esiste, tra la scrittura e l'oralità?».
 
«Intanto la differenza più grande, la prima che mi viene in mente, è che la scrittura è un lavoro lungo, noioso, pesante, difficile, complicato, mentre l'oralità è il piacere di un gioco, è un'attività che mi viene naturale, che mi fa felice, mi rende allegro, non mi affatica per niente. Credo che il mondo sia ancora pieno di narratori orali, di raccontatori. Tutti i bar hanno raccontatori, tutti i quartieri ne hanno almeno due o tre, e c'è sempre qualcuno che ascolta quello che racconta. Io da anni giro l'Europa raccontando storie e c'è sempre qualcuno che mi sta a sentire. Se dipendesse da me non ci penserei due volte, smetterei di scrivere storie e sceglierei di andare in giro a raccontare. Il problema è che c'è poco mercato, le tariffe dei narratori orali, come sempre, sono bassissime. Io non sono particolarmente attaccato al mio mestiere di oggi, mi piace, sono anche un privilegiato, è un gran bel mestiere, invidiato, giustamente anche, ma non credo che sarà il mio ultimo mestiere, non ho voglia di continuare in eterno a fare la stessa cosa. Tra le diverse opzioni che ho a disposizione c'è quella di mettermi per strada, zoppicando un po' – perché continuo a zoppicare, naturalmente, perché la vita lascia i suoi segni, e mi lascia in qualche modo zoppo, dentro e fuori – e raccontando storie. Nell'epoca della velocità secondo me c'è sempre qualcuno che non ha più voglia di correre: un'occasione per stare fermo, per riposare, è invece un'occasione preziosa. I miei incontri di narratore orale non sono mai andati deserti, mai: da Kiel sul Mar Baltico a Mazzara del Vallo, dirimpetto la Tunisia, anzi più lontano ancora, e funziona sempre. Del resto è logico che funzioni, perché abbiamo sempre bisogno di una relazione, di guardare negli occhi qualcuno ed essere guardati, di leggere le labbra di qualcuno e sentire lette le proprie. Questo resta, comunque resta ogni volta che ci ricordiamo di essere umani».
 
«La Storia è narrata nella sua violenza distruttrice, mentre le sue creature costruiscono raccontando, danno voce alle loro passioni, ai ricordi, alle leggende. Pensa che sia realmente possibile che con le parole si riesca ad arginare la violenza e l’egoismo?».
 
«Secondo me neanche Dio riesce a farlo, sebbene ogni tanto ci provi. Io non credo di fare un lavoro così importante, sinceramente non lo credo, no. A volte penso che niente riesca a fermare violenza ed egoismo, poi so che nel pensarlo commetto un peccato mortale, un peccato agli occhi di un ateo come agli occhi di un cristiano, di un buddista o di un miscredente o di un agnostico, commetto peccato contro l'umanità e contro me stesso, e quindi reagisco, perché voglio vivere, e continuare a vivere speranzoso. Non sarà la parola, forse saranno i gesti. Francamente, non credo che quando me ne andrò la mia vita sarà giustificata per quello che ho scritto, piuttosto si giustificherà per quello che ho fatto. E se nella vita ho fatto cose, se ho prodotto felicità, gioia in chi mi stava intorno, in chi potevo raggiungere, in chi ho raggiunto, se ho avuto una vita feconda, sarà stato merito dei miei gesti, di ciò che ho costruito. Quello che ho scritto viene dopo: non credo di essere uno scrittore così importante e grande da poter influenzare la vita delle persone, anche se credo che, in linea generale, sia possibile che qualcosa che è stato scritto possa aver influenzato qualcuno. Nonostante ciò credo che chiunque, da Dostoevskij a Maggiani, da Sciascia a qualsiasi altro uomo che abbia fatto di mestiere lo scrittore, avrà giustificato la sua vita innanzitutto per ciò che avrà fatto e solo dopo per ciò che avrà scritto».
 
«La complessità della Storia ne Il viaggiatore notturno è resa attraverso la moltiplicazione degli sguardi da cui viene osservata e delle voci da cui viene narrata. Tutti i racconti confluiscono nel ricordo del massacro di Tuzla: è forse questo evento il punto focale del suo romanzo, la tesi da dimostrare e, per quanto possibile, da stigmatizzare».
 
«Io credo che il massacro nella Giornata della Gioventù a Tuzla nel maggio del 1995 sia un punto focale della storia d’Europa, non solo nel mio romanzo. Ci sono molte date, molti punti focali, ci sono molti attimi esemplari, o comunque esemplificativi, o comunque significativi, che noi possiamo assumere come luoghi del significato di un’epoca, di una vita, di una storia, e la guerra di Bosnia è questo: io ho scelto in essa ciò che conoscevo, ciò di cui potevo testimoniare, e cioè l'ultimo giorno dell'assedio della città di Tuzla. Da quel momento si è capito senza alcun possibile, ragionevole dubbio, che l'Europa, quella che noi oggi chiamiamo civiltà occidentale, con le sue forti radici giudaico-cristiane, era incapace di impedirsi l’orrore. Questa è una lezione che purtroppo abbiamo già dimenticato; mi sembra che, ora più che mai, sia chiaro che non abbiamo intenzione di ricordarci di cosa siamo capaci. Solo dieci anni fa noi abbiamo fatto in modo che l'orrore più crudo, più nero, fosse la nostra la nostra storia, la nostra cronaca».
 
«Vivere è il compito che spetta all'uomo, in qualsiasi regione del mondo si trovi, in qualsiasi momento storico abbia la fortuna, o la sfortuna, di nascere: nel suo romanzo si legge un forte richiamo alla compassione, intesa nella sua etimologia classica, come partecipazione dell'uno ai sentimenti, al pathos dell'altro. È ancora possibile avere un tipo di compassione del genere nella nostra società, oppure è necessario andare altrove, nel deserto, nei boschi, in luoghi non ancora raggiunti dallo squallore della guerra e dell'individualismo?».
 
«Ci sono luoghi, chiamiamoli luoghi metaforici, dove certe cose sono più facili di altre. Ma il mio dovere è di vivere e di cogliere la misericordia e la compassione qui, ora; è mio dovere morale, è il mio dovere etico, è il mio dovere di uomo. Anche nella città che può apparire la peggiore, la meno umana, ci sono mille interstizi, mille fessure in cui si insinuano e prosperano compassione e misericordia, due grandi virtù che appartengono al cristiano, come all’islamico, come all’ateo. Sono virtù umane e proprio perché tali devono poter essere e prosperare dovunque, anche in questa città, anche in questa epoca. La mia ragazza è di Secondigliano, una località che non ha una fama gradevole, e che, in teoria, potrebbe essere considerata una delle peggiori in cui crescere e vivere: Secondigliano, è vero, è un quartiere di camorristi, di assassini, però è anche un quartiere di uomini e donne misericordiosi e compassionevoli, forse più misericordiosi e compassionevoli di uomini e donne di città e di luoghi più dolci».
 


Intervista tratta dalla rivista Il Filo