Home > Le interviste > Giuseppe Genna

Giuseppe Genna

Giuseppe Genna - giuseppe lastaria

Hitler

Hitler: il contagio del non umano
 
(Questa intervista è tratta in anteprima dal prossimo numero della rivista Il Filo).
 
 
Il suo è il primo romanzo che abbia per protagonista Adolf Hitler. Cosa l'ha spinta a tentare questo esperimento, facendo così uscire il personaggio dagli scritti di saggistica?
 
Anzitutto è proprio l'assenza di un'opera esclusivamente centrata su Hitler nell'intero comparto della letteratura mondiale (fatta eccezione per Il processo di San Cristóbal di George Steiner, che è però un delirio teatrale, e per l'ucronia insostenibile de La parte dell'altro di Eric Schmitt). La letteratura credo non abbia affrontato Hitler perché questo “personaggio” richiede uno sforzo e un rischio di ordine retorico: come rappresentarlo? Inoltre, esso stabilisce automaticamente un'allegoria sul nostro presente e sul nostro futuro: allegoria che bisogna sforzarsi di controllare. Hitler è trattato dalla saggistica in una forsennata ricerca di cause che lo spieghino, mentre il lavoro letterario può eseguire il mandato di Claude Lanzmann, autore di Shoah, che invoca la necessità di non trovare per Hitler una spiegazione in termini di causa ed effetto, perché, se così fosse, Hitler verrebbe deresponsabilizzato: l'orrore che ha imposto sarebbe colpa o conseguenza involontaria di traumi e storture della sua personalità. È questa rappresentazione che ho cercato di rendere letteraria.
 
 
Il concetto di “non persona” che viene da lei riferito a Hitler esprime una mancanza, un vuoto, irradia morte e follia. Ma nel suo romanzo viene evidenziata anche la consapevolezza che quest'uomo aveva delle proprie azioni. Come riescono a coincidere queste due caratteristiche?
 
Il concetto di “non persona” è mutuato dalla celebre biografia di Joachim Fest e non annulla il concetto di persona: semplicemente indica l'apparizione di un tipo umano diverso da ogni altro fino ad allora conosciuto. Il tipo umano in questione è consapevole, ragiona, si muove nel mondo. Direi anzi che è fin troppo consapevole, sa di fare il male e lo fa, ma non in vista di un bene maggiore né magari per l'ambiguità che è cifra dell'umano. È impressionante, studiando Hitler, osservarne il congelamento, l'assenza di sviluppo emotivo, la reiterazione compulsiva delle medesime parole e formule dalla gioventù al bunker. La sua consapevolezza sortisce un unico risultato: annichilisce l'umano. Hitler ha in mente una palingenesi dell'umano al compiersi della quale l'umano stesso non sarà più tale: abolita l'empatia, la pietà, un altro tipo umano dovrebbe dominare il pianeta. Questa irradiazione è annichilente e infatti l'intenzione più specifica di Hitler consiste nell'annientare totalità: la totalità del popolo ebraico, anzitutto. Allo stesso modo, è anche colui che “inventa” la bomba sporca, cioè la premessa dell'atomica, e dunque dell'annichilimento fisico. Poiché questo “vuoto che annichila” è contagioso, furono gli americani a lanciare la bomba, sotto la cui minaccia poi si sarebbero vissuti i successivi cinquant'anni. Ma anche oggi siamo sull'orlo della possibilità della fine della specie. Il niente si manifesta nell'umano. La letteratura lancia il grido.
 
Uno dei temi principali presenti in Hitler, come già del resto in altri suoi scritti precedenti, è quello del Male. La sua è una visione però altamente metafisica, nella quale il Male sembra svuotarsi dei propri contenuti materiali per diluirsi in un puro concetto. Quale pensa sia l'idea del Male ai nostri giorni?
 
Il Male non si svuota affatto in un concetto: questo è soltanto ciò che della metafisica comprende il mondo sviluppato. Ai nostri giorni esistono molte e contraddittorie visioni del Male. La radice del Male è tuttavia l'ignoranza di quel che in realtà siamo nella nostra stessa essenza, una questione che l'umanesimo occidentale ha espulso da sé. È da tale ignoranza che nasce l'incomprensione con le altre culture.
 
Per una corretta lettura del suo romanzo con quali “lenti” il lettore si deve accostare al testo?
 
Posso rispondere circa le mie intenzioni nello scrivere Hitler, che nasce da dieci anni di meditazioni. Quanto al risultato finale, va tenuto presente che il testo eccede o stravolge o non è per nulla la realizzazione delle intenzioni dell'autore. Per il resto, la prospettiva con cui guardo al mio libro è esclusivamente metafisica, laddove questo termine dev'essere inteso nella sua accezione originale, quale pratica di auto-osservazione interiore individuale. In questa prospettiva pongo la domanda: unde Malum?
 
La storia del Führer ci mostra come possano esistere persone del tutto prive di umanità. Lei ritiene che anche oggi possa nascere un individuo del genere?
 
Dal punto di vista politico, essendo mutate le condizioni storiche, non penso che una persona possa accumulare tanto consenso deviante e anti-umano quanto Hitler riuscì a procurarsi. Porrei invece una domanda: ciò che sta accadendo all'umanità, vale a dire il suo condizionamento spettacolare nel mondo sviluppato e il suo silenzioso massacro nel mondo non sviluppato, è precisamente ciò che ci si aspettava dopo la sconfitta di colui che veniva additato come il Male e, in quanto tale, elevato culturalmente ad anti-mito e, dunque, mantenuto nelle coscienze come mito?
 
Quali sono gli elementi che caratterizzano la vita del piccolo Hitler nel labirinto familiare in cui cresce?
 
Un'autoreferenzialità assoluta, quasi autistica, che peraltro non è nemmeno possibile ricondurre ad eventuali difficoltà incontrate dal piccolo Hitler nel relazionarsi alla figura del padre, autoritario, sì, ma morto comunque quando Hitler è ancora bambino. Il labirinto familiare non lo tocca affatto. Per il fratello e le sorelle non avverte amore. È attaccato alla madre ma, più che per amore, per una sorta di isteria emotiva, che risponde alla morbosa protezione di cui la donna lo ha circondato dopo aver perso tre figli in pochi mesi. Hitler è solo ed è “Hitler” sin dal principio.
 
La sua opera smonta praticamente ogni funzione mitica attribuita a Hitler. Cosa pensa del fatto che ancora oggi ci siano dei “seguaci” che continuano a esaltarne le gesta?
 
Com'è ovvio, si tratta di un fenomeno deteriore e comunque minoritario, anche se estremamente preoccupante. Altrettanto preoccupante, eppure mai tenuto nel giusto conto, è però lo stesso comune identificare Hitler con un mito, sia pure un mito maligno, senza che a ciò si accompagni una vera interrogazione critica su se stessi e i rapporti in cui si sta con quel “vuoto” di umanità che Hitler irradia e realizza. Questo è per me estremamente grave, perché nasconde una vittoria postuma di Hitler: la sua persistenza mitologica.
 
Ci sono autori a cui fa riferimento o che comunque apprezza in modo particolare?
 
In assoluto Don DeLillo, l'ultimo McCarthy, Houellebecq, Roth, Vollmann, per quanto concerne gli stranieri. Per quanto riguarda gli italiani, seguo con convinzione la categoria che Wu Ming 1 ha lanciato, quella della “New Italian Epic”. Ammiro moltissimo, oltre a Wu Ming, Evangelisti, Mari, Moresco, Siti, Pincio, Mozzi, Parrella, Muratori, Janaczeck.
 
Il suo stile è stato definito esplosivo quanto il fiume del suo raccontare. Si riconosce in questa valutazione?
 
Dipende molto dai libri. In Dies Irae è in effetti osservabile un certo dilagare immaginifico della mia scrittura. In Hitler assolutamente no, qui piuttosto utilizzo un'enfasi stilistica che è la maschera linguistica dietro cui si cela il nulla. Generalmente tendo all'esplosione immaginifica, il che tuttavia sembra creare qualche difficoltà agli editori: oggi si pensa che se la narrazione non è lineare e facilmente leggibile, allora non è vendibile. Ma si pensi a McCarthy che ha vinto il Pulitzer con l'apocalittico The Road o a Houellebecq con i suoi cloni raeliani che parlano dopo la fine della nostra specie ne La possibilità di un'isola. Questi esempi fanno ritenere che si tratti di un problema di ricezione editoriale unicamente italiano.
 
 
Intervista  tratta dalla rivista Il Filo