Recentemente ha pubblicato con Sellerio, a distanza di circa dieci anni dalla prima, una edizione rivista de L'arte del dubbio. Perché ha deciso di rivedere il testo e in cosa consistono le modifiche apportate?
Nella sostanza il libro è rimasto invariato. I cambiamenti più profondi hanno interessato soprattutto la forma, con l'obiettivo di rendere il testo più accessibile. A livello di struttura, sono state soppresse le parti strettamente tecniche relative alle procedure e alle norme giuridiche vigenti in materia di interrogatorio, passaggi in grado di interessare solo avvocati e magistrati. Ritengo che l'intervento più importante sia stato compiuto sul linguaggio, che è stato epurato dal gergo, da espressioni che presupponevano e alludevano a un preciso ambito disciplinare, quello giuridico appunto. Alcuni piccoli brani sono stati spostati e altri sono stati inseriti, allo scopo di rendere maggiormente fruibile un libro che già al proprio esordio, quando presentava una veste piuttosto tecnica, aveva incontrato il favore di molti non addetti ai lavori.
Lei è tornato a ripensare il suo libro. A suo avviso, quando e in che misura un testo può considerarsi del tutto finito?
Ogni libro deve poter lasciare spazio sufficiente a chi legge non tanto per completare quanto piuttosto per prolungare il lavoro di chi lo ha scritto. Questo processo è costante in modo particolare per le opere di narrativa e si presenta in forme decisamente chiare. Siamo proprio noi lettori a costruire nel romanzo un nostro romanzo, che asseconda le nostre scelte e i nostri percorsi di lettura, siamo sempre noi a riempire i vuoti che l'autore ha lasciato. Vuoti che non sono mere lacune, distrazioni, errori del narratore, ma procedimenti previsti dalla stessa tecnica della scrittura e volti a coinvolgere attivamente il lettore in un processo creativo che non può e non deve essere concluso unilateralmente dallo scrittore, pena la noia da parte di chi legge. Nel mio caso è soprattutto nella descrizione dei personaggi che lascio deliberatamente degli spazi vuoti: in genere, infatti, non mi dilungo nella definizione del loro aspetto fisico, lasciando poi a chi legge il compito di immaginarli. Per questo credo che un libro sia tanto più valido quanto più è aperto alla prosecuzione del processo creativo partito dallo scrittore. Per questo definirei il mio modo di lavorare e rivedere i testi "per sottrazione".
Come si inerisce in questo processo creativo la questione delle edizioni, che, come nel suo caso, hanno portato a cambiamenti e riscritture del testo originario?
Questa è una questione relativa alla capacità dimostrata da un libro di acquisire nel tempo una diversa attualità, cui la nuova edizione consente di adattare pienamente il testo. L'idea de L'arte del gioco è nata, appunto, per un gioco in seguito sfuggito di mano, cioè proporre a un pubblico vasto temi e tecniche specifiche dell'interrogatorio giudiziario. Il fatto stesso che un libro in sé specialistico sia arrivato a lettori non specialisti ha messo in rilievo soprattutto il significato metaforico delle questioni trattate, che il lettore ha utilmente impiegato per spiegarne altre più ampie. Penso, ad esempio, ai processi epistemologici della scienza, per cui quel che importa è in effetti porre le domande giuste, quindi saper "interrogare" il mondo, che, a ben vedere, è un'abilità utile anche nella vita personale di ognuno. Da qui la nuova attualità assunta dal libro e l'opportunità di farne una nuova edizione che tenesse conto del particolare impiego che i lettori avevano fatto del testo.
Nell'ultimo capitolo del libro, intitolato "Domandare dubitando", lei afferma che il dubbio è la costante del ragionamento giudiziario. Cosa intende con ciò?
Intendo che il processo penale, quello che ha a che fare con la libertà delle persone, è uno strumento assai delicato. Il giudice, come tutti gli uomini, è naturalmente esposto all'errore, solo che nel suo caso un errore può avere conseguenze devastanti sulla vita dell'imputato. Un simile strumento dev'essere quindi maneggiato con la massima cura, avendo sempre ben presente tutta una serie di valori e cautele per ridurre al minimo il rischio di errore. E questo si può ottenere solo usando il bisturi del dubbio, cioè verificando ogni singola asserzione attraverso la domanda critica, che serve appunto a controllare la validità delle affermazioni o delle ipotesi. E la domanda nasce dal dubbio, che è dunque il vero strumento per raggiungere una certezza ragionevole. Per certezza ragionevole intendo quella a cui possiamo pervenire dopo aver esercitato il dubbio e in base ad esso aver verificato tutte le ipotesi, vale a dire dopo aver fatto tutto quel che è umanamente possibile per minimizzare il rischio dell'errore.
Cosa pensa della cosiddetta spettacolarizzazione dei processi, o almeno di taluni processi, che avviene soprattutto mediante la televisione? Della curiosità, della vera e propria passione dimostrata dagli italiani verso certi eventi giudiziari?
Questo tipo di curiosità è sempre esistito, come da sempre esistono frequentatori abituali delle Corti d'Assise che seguono con dedizione ogni fase del processo. Certi fatti di cronaca hanno dato luogo a processi di grande impatto anche quando la televisione non era così diffusa. Oggi il fenomeno è soltanto più vistoso per via della potenza dei mezzi che se ne occupano. Bisogna ammettere che in questo modo si è finito per enfatizzare aspetti particolarmente morbosi, ai quali, tuttavia, nei miei racconti io non presto attenzione. Il mio intento è sempre quello di indurre i lettori a una riflessione autonoma sui temi che affronto, attraverso gli strumenti tipici del racconto. Nel libro di cui stiamo parlando, per esempio, i piani di lettura sono almeno tre: quello strettamente narrativo, in cui ho raccontato storie nella forma del verbale d'interrogatorio, quello "manualistico" in cui sono illustrate le tecniche per porre correttamente domande e, infine, quello che definirei "curativo", filosofico, che riguarda il concetto di verità e il rapporto tra verità e dimostrazione.
Quanto e in che modo la sua professione di magistrato contribuisce a quella di scrittore e viceversa?
Non c'è dubbio che, soprattutto per quanto riguarda i miei libri di argomento giudiziario, il fatto di essere magistrato ha garantito alle storie un alto livello di plausibilità. Inoltre, essere un magistrato, e in special modo un pubblico ministero, mi ha dato accesso a un enorme serbatoio di storie e personaggi. D'altro canto, poiché scrivere storie impone di assumere punti di vista diversi sul mondo, lo scrittore ha procurato al magistrato una maggiore capacità di capire i suoi interlocutori e gli ha insegnato a non giudicare. Quando dico giudicare intendo giudicare moralmente. Il giudizio morale non compete al giudice, che deve formulare solo decisioni tecniche basandosi sul diritto vigente. Ecco, dunque, lo scambio che si è verificato tra i miei due lavori. Il problema, sotto un profilo più pratico, è che farli conciliare col tempo è diventato sempre più difficile. Attualmente non faccio più il pubblico ministero, non rivesto più un ruolo operativo in magistratura, lavoro come consulente della commissione antimafia, cosa che mi garantisce ritmi più tranquilli e la possibilità di gestire i diversi impegni.
Come nascono i personaggi dei suoi libri, in particolare Guido Guerrieri?
Non saprei dire come sia nato, posso solo dire come è arrivato, come mi ci sono imbattuto. È successo quando ho cominciato a pensare al mio primo romanzo. Alla fine dell'estate del 2000, dopo un periodo di giudizi personali e bilanci esistenziali, mi sono reso conto che dovevo iniziare a scrivere, come del resto avevo sempre desiderato. Diversamente, ero certo che non l'avrei mai più fatto. È stato allora che mi sono imbattuto in Guido Guerrieri, in lui e nel suo cliente, e dunque nella storia, sebbene si presentasse ancora in forma embrionale. Posso dire di essermi limitato a raccontarla, non l'ho scelta, semplicemente è arrivata. Se poi devo spiegare perché proprio un avvocato e non un pubblico ministero, a posteriori posso pensare che ci fosse da parte mia l'inconsapevole necessità di osservare il mondo che volevo raccontare da un punto di vista diverso da quello cui ero abituato. L'abitudine è nemica della scrittura, perché finisce per mascherare e nascondere le cose. Proust diceva che il vero viaggio non è vedere posti nuovi ma avere occhi nuovi. In tal senso, Guido Guerrieri è stato il modo in cui mi sono procurato occhi nuovi.
Sellerio ha di recente pubblicato I casi dell'avvocato Guerrieri, che raccoglie le tre storie di Guido Guerrieri da lei finora scritte. Ritiene che il volume permetta di rappresentare meglio questo personaggio?
La scelta ha motivazioni anzitutto commerciali nel senso migliore del termine, nel senso che la decisione di pubblicare questo volume soddisfa esigenze condivise sia dall'editore che dal pubblico. Essendoci questo piccolo ciclo di tre romanzi, dotato nel complesso di una propria compiutezza e che probabilmente proseguirà, credo che un volume che lo raccoglie sia uno strumento utile e pratico per chi non ha letto i libri quando sono usciti e adesso vuole conoscerli. È dunque una scelta che ho pienamente condiviso, che da un lato non cambia la vita dei tre libri separati, ma dall'altro presenta comunque una sua dimensione "artistica": magari il fatto di aver riunito le storie in un solo luogo non è del tutto privo di conseguenze e il lettore potrà apprezzarle in modo nuovo e diverso.
Intervista tratta dalla rivista Il Filo
Intervista tratta dalla rivista Il Filo
