È in libreria un’edizione aggiornata del volume pubblicato nel 1997 da Erri de Luca, Alzaia, edito da Feltrinelli. Il testo è un prezioso quaderno di riflessioni che si sviluppano dalla A di Agguati alla Z di Zingari. Un’"intuizione" che procede per voci e che aiuta i lettori a non perdere la memoria. Brevi pensieri cuciti addosso alle nuove generazioni, composti con la passione di chi scrive per trasmettere quella scintilla che permette all’uomo di godere della vita.
Alzaia risale al 1997, ma è considerato ancora oggi un testo molto attuale. Qual è secondo lei il segreto di questo successo atemporale? Sono state apportate delle modifiche rispetto alla prima versione?
Abbiamo aggiunto delle pagine, delle "voci" che prima non c’erano. È un diario personale, un modo per nominare delle parole che ho incontrato e che sono collegate a un racconto. Non so perché incuriosisca gli altri.
Lei, invece, dal 1997 a oggi si sente cambiato come scrittore?
Come scrittore direi di no, cerco di essere soddisfatto delle cose che scrivo, cerco di seguire questo criterio e meglio di così non le so fare. Da questo punto di vista come scrittore non penso di essere cambiato un granché.
Da cosa nasce la scelta del titolo?
Da una corda. L’alzaia è una corda che si usava un tempo. Era uno strumento che serviva a trainare a terra le chiatte lungo dei canali navigabili al Nord. Con questo termine si indicava sia il rialzo del terrapieno sul quale marciavano i buoi che trainavano le funi, sia il nome proprio della corda. È per questo che mi è piaciuto come titolo. Poi ho scoperto che è stato usato una sola volta in letteratura, da De Amicis. È un nome raro, uno strumento che non serve più, un attrezzo caduto in disuso.
Lei ha tradotto dei testi dall’ebraico antico. Come è nato questo suo interesse per la lingua della Bibbia?
Intanto perché è la lingua nella quale è stato espresso per la prima volta il monoteismo, questa rivelazione gigantesca che ha cambiato la storia e orientato le civiltà che sono arrivate fino a noi. Era molto frequente nell’antichità che gli studiosi conoscessero l’ebraico antico insieme al latino e al greco. Io ho fatto il percorso contrario, a scuola ho imparato il latino e il greco e da solo l’ebraico antico.
Nei suoi ultimi lavori, tra i quali figura In nome della madre, spicca l’interesse per le tematiche religiose. Come riesce a farlo convivere con il suo ateismo?
Io userei piuttosto l’espressione "non credente". Ateo è chi ha risolto il problema una volta per tutte, io ancora no, sono ancora il participio presente del verbo non credere, "non credente"… sono irrisolto, sono nato irrisolto, sono credente irrisolto, sono non credente.
Poter aggiungere un commento, una nota a storie grandiose, renderle più presenti, più vive, più attuali, come nel caso di Miriàm de In nome della madre, è molto affascinante. Noi abbiamo l’idea della Madonna che sta sugli altari… Beh, in quei nove mesi stava ancora per terra e con tutte le complicazioni che lo stare per terra in quel tempo comportava. La signora era ebrea in un Israele occupato dall’esercito romano, e tanti guai si andavano accumulando, tante lotte, tentativi di liberazione, crocifissioni a non finire… Insomma, l’epoca in cui viveva era mostruosa e io ho voluto raccontarla dal basso, prima che salisse sugli altari.
È stato difficile per lei dare voce a un personaggio così complesso?
Non è stato difficile. Già da qualche tempo ribadisco che il giorno di Natale non è la festa del bambino ma della madre, che infine si è liberata dell’immenso impegno che aveva assunto nove mesi prima. Il bambino poi viene festeggiato con tanti doni, con la visita dei Magi, ma in quel momento il centro della natività è proprio la madre. Concentrandoci su Miriàm e Maria, ci si accorge per esempio che in quella stalla non c’erano levatrici. D’altra parte non avevano trovato neanche una stanzetta, figuriamoci le levatrici! Dunque quella ragazzina-madre, che non era mai stata madre prima e che ben poco poteva sapere di come si svolgevano simili faccende, ha fatto tutto da sola. È una grandezza aggiunta, speciale, quella che emerge spostando la nostra attenzione dal bambino sulla madre.
Crede che questo personaggio possa essere assimilabile al ritratto della donna moderna?
Di moderno ha il fatto che una ragazzina incinta di un uomo che non è lo stesso con cui poi si sposa di solito viene lapidata, tanto nei tempi moderni quanto in quelli antichi. Dunque di moderno c’è l’eccezione a quella sorte segnata che era quella dell’adultera. In quel caso, in quella storia, Miriàm era un’adultera.
Il testo può essere considerato una rilettura del Vangelo con gli occhi di oggi?
È una rilettura del Vangelo con gli occhi dell’Antico Testamento, perché quella è ancora la storia dell’Antico Testamento anche se scritta nella sezione del Nuovo. È ancora tutta una storia interamente ebraica.
Lei è uno scrittore che tanti definiscono "di valore". Cosa pensa invece di tutti quelli scrittori da talk show che oggi dilagano su televisione, radio e carta stampata?
Questo dilagare è diventato necessario per vendere i libri, è una "spazzatura" richiesta dal mercato. Bisogna passare di lì e quindi penso che questi autori, più o meno all’altezza, cerchino di sforzarsi di essere il più televisivi possibile per vendere qualche copia. Io cerco di non presentarmi in televisione con un libro, credo che questo modo di fare sia un sistema efficace ma che abbia fiato corto. In quel momento puoi anche sentirti arrivato, tuttavia il circuito in cui ti immetti non è quello dei lettori veri, dei lettori affezionati. Mi riferisco a chi va spontaneamente a comprare un libro senza che nessuno glielo abbia suggerito, a chi entra in libreria con un titolo già in testa e lo chiede e lo cerca sugli scaffali e poi, dopo averlo letto, lo consiglia. A mettere realmente alla prova un’opera è proprio questo passaparola, questo rapporto di scambio orizzontale fra persone.
Ha qualche progetto da rivelarci in anteprima per il 2008?
Scribacchio, pubblicherò altre cose, adesso sto finendo un piccolo libro insieme a Gino Strada di Emergency sul volontariato, sull’intervento umanitario. Da Einaudi uscirà una mia raccolta di poesie. Inoltre scriverò un secondo libro con don Gennaro Matino. Nel primo io ho parlato dell’Antico Testamento e lui del Nuovo; nel prossimo tratteremo la fisicità delle manifestazioni divine in entrambi i testi, i cinque sensi della divinità.
Intervista tratta dalla rivista Il Filo
